Che città meravigliosa, sono davvero rimasta affascinata: sono bastati più o meno 5 minuti per farmi innamorare completamente delle casette colorate accanto ai grattacieli, delle vie in collina, della vista della città e della baia dall’alto.
La sveglia venerdi mattina è stata abbastanza tragica, ma tutto sommato non troppo: poteva andare peggio, in fondo mi sono alzata solo 2 ore prima del solito, quindi le 3.25 in fondo erano come le 5.30 nel mondo europeo civilizzato. E poi ero talmente contenta di partire!
Stavolta niente Atwoods, perche’ ho organizzato il weekend con Melody, una ragazza che lavora alla base ed è di origini Thailandesi; quindi lei è venuta a prendermi a casa alle 3.45, e siamo andate all’aeroporto di Inyokern, dove ci aspettava lo scatolotto rombante con le ali pronto per la partenza. Era lo stesso Embraer 120 che avevo preso circa un mese fa, arrivando qui da Los Angeles, ma abituarsi a volare in 20 su un coso tutto vibrante e traballante non è facile. Il volo da Los Angeles a San Francisco è stato più normale: posti comodi nonostante la classe economica, poca gente visto che erano le 6.30 di mattina, arrivo verso San Fran con vista sulla baia, peccato per la nebbia fittissima che copriva parte la città. Nell’aeroporto abbiamo usato il trenino-shuttle monorotaia traballantissimo che collega tutti i terminal, davvero comodo, per andare a recuperare la macchina a noleggio (Hertz del cavolo: abbiamo dovuto aspettare un’ora per un’auto che avevamo prenotato un mese fa su Expedia, perché erano incasinati nel parcheggio! Bah), quindi siamo andate verso la città, chiaramente senza perderci neanche mezza volta, visto che come nei migliori viaggi ero io il navigatore. Cettto.
Visto che la nebbia iniziava a diradarsi, siamo andate subito verso il Golden Gate Bridge, senza neanche passare dall’albergo, visto che ci avevano detto tutti che il tempo a San Fran è sempre pessimo, che ci sono sempre nuvole e mai un minuscolo raggio di sole a scaldare il gelo del vento che arriva dall’oceano. Quindi, vedendo uno spiraglio di azzurro, ci siamo precipitate, guidando sulla costa nordoccidentale della città fino al Golden Gate Park, che in pratica comprende tutta la zona di scogli e spiaggette ad est del ponte, una serie di percorsi a piedi e qualche bel giardino con vista strategica.
All’inizio la nebbia andava e veniva, spesso il ponte scompariva e poi sembrava riemergere all’improvviso, come un fantasma in un nulla ovattato.




All’improvviso, la nebbia è scomparsa, il ponte ha iniziato a scintillare alla luce del sole di mezzogiorno, finalmente abbiamo visto tutti e due i pilastri contemporaneamente, e le due campate, e i tiranti giganteschi, e i cavi... Ok, è solo un ponte, è solo metallo, ma era talmente bello, talmente magico, circondato dalle coste verdi, le spiagge, i grattacieli. Una meraviglia, davvero.



Siamo passate dal quartiere di North Beach, che ha una parte tutta italiana, con ristoranti “tipici” (in realtà avevano un’aria un po’ troppo esotica per essere italici) e scritte in italiano e bandiere un po’ dappertutto nelle strade;
quindi l’autobus ha attraversato Washington Square, molto bella, con la chiesa cattolica di san Pietro e Paolo, stupenda, e che davvero si riconosceva come chiesa – non come il Duomo di Los Angeles...- con in lontananza sulla collina la Coit Tower, che domina la baia.
Finalmente siamo arrivate nella zona del porto, con le banchine e i moli con le barche ormeggiate, qualche vela nella baia e Alcatraz sullo sfondo, davvero bellissima; la zona si chiama Wisherman’s Warf, ed è piena di ristorantini tipici di pesce, che vendono anche zuppe di pesce da passeggio, con calamari e patate e chiaramente qualche altra diavoleria che non ho capito. In più c’è l’acquario, l’Hard Rock Cafè e un sacco di negozi molto caratteristici.
Riallontanandoci dal porto, ci siamo diretti verso la zona sud di downtown, con il Bay Bridge, i grattacieli più nuovi, alcuni ancora in costruzione, ma prenotati solo per il 30% da gente di San Fran, e che quindi saranno forse seconde case per sceicchi o brokers di New York;

abbiamo percorso Market Street, la via dei negozi, e finalmente siamo arrivati al City Hall, davvero stupendo, copiato dalla Nostra Basilica di San Pietro ;)
Il giro terminava in Union Square, proprio davanti a Macy’s, che è un grande GRANDE magazzino meraviglioso, un po’ come La Rinascente di Milano, ma con 5 piani di solo abbigliamento femminile. Wow! Un sacco di bei vestiti, con tantissimi saldi speciali.

Subito a prepararsi per cena! La figlia degli Atwoods, Jennifer, abita a San Francisco, dove studia teatro all’università, e lei e il suo fidanzato Ben ci hanno portate a mangiare sushi a Japan Town; il ristorante Isobune era carinissimo: piccolino, con una sola sala in mezzo alla quale c’era il tavolone dove due cuochi jap cucinavano il pesce davanti agli occhi dei clienti, lo mettevano su piccoli piatti che poi appoggiavano su delle barchette che giravano in un piccolo canale tutto intorno al tavolo. I clienti, seduti intorno al tavolone, potevano così scegliere quello che preferivano, e il prezzo variava in base al colore del piattino – tanto per tenere il conto. Il sushi era proprio buono, i tipici rolls; anche il sashimi era buono, anche se tra il riso e il pesce ci mettevano il wasabi, che è strapiccante, e a me il piccante non piace, come si sa.
http://www.yelp.com/biz/isobune-sushi-san-francisco
Jen e Ben sono molto simpatici: Jennifer mi ricorda molto sua mamma, abbastanza peperina. La prima cosa che mi ha detto è stata “Devo farti le mie scuse per il pappagallo” al che ho risposto “Non me ne parlare, please” e lei ha riso un sacco... ;)
Usciti dal ristorante siamo andati a prendere il gelato, in una gelateria giapponese lì vicino. Temevo il peggio, DAVVERO, ma il gelato era decente, per essere fatto da giapponesi in America, anche se un po’ colloso. Dopo di che dritte in hotel a dormire, visto che eravamo sveglie da un orario impossibile, e il giorno dopo saremmo dovute andare in giro per tutto il giorno, e poi anche a ballare, per darci una botta di vita che Ridgecrest se la sogna.
Mel ha russato TUTTA LA NOTTE.
Pensavo di morire, avevo sonno e lei emetteva i suoni più raccapriccianti.
La mattina si è svegliata tutta riposata “Ho dormito benissimo!”, porca vacca, me ne sono accorta, in tempo zero già russava, e ha continuato fino al suono della sveglia. Babba bia.
Mattina in giro a piedi, dopo abbondante colazione da Starbucks, per vedere e fotografare, quindi siamo ripassate un po’ dai posti che avevamo attraversato con l’autobus il giorno prima, cioè China Town
e Italy Town,
e in Washington Square abbiamo deviato verso la Coit Tower.
Ci si arriva dopo una bella passeggiata sulla collina, da cui si vede tutto il quartiere sottostante e parte dei grattacieli di down town;
davanti alla Coit Tower c’è una statua di Colombo (qualcuno si ricorda che l’America l’abbiamo scoperta Noi!) che guarda la baia, dal Golden Gate Bridge fino al Bay Bridge, passando per Alcatraz.

La Torre è stata costruita all’inizio del secolo scorso, ed è gestita da cinesi che fanno pagare 5 dollari per salire in cima con un ascensore abbastanza scricchiolante (le scale erano inagibili), ma ne vale la pena.
Dalla cima della torre si vede TUTTA la città, e in una giornata meravigliosa come sabato (forse gli unici tre giorni di sole e caldo in tutto l’anno li abbiamo beccati noi), col cielo limpidissimo e neanche l’ombra della nebbia, si godeva davvero di uno spettacolo straordinario, molto romantico, anche se Mel non è decisamente il mio tipo =P Infatti c’erano un sacco di coppiette che si facevano fotografare con San Fran sullo sfondo, molto tenero.




Scese dalla torre, siamo entrate nella chiesa di Washington Square, davvero bella, anche se chiaramente moderna e quindi scopiazzata dalle Nostre Autentiche Chiese Antiche Europee. Accanto all’altare c’era anche una copia della Pietà...


i Piers (i moli commerciali), l’Hard Rock Cafè,

dove ho OVVIAMENTE comprato una maglietta per testimoniarne la visita, e infine abbiamo mangiato un hot dog (Mel ha preso anche le patatine e due coppe di zuppa di pesce...) sedute su una panchina al sole, una meraviglia, un tepore incredibile.

Alle 13.20 imbarco per Alcatraz. Ma poi ci hanno fatte tornare indietro, non preoccupatevi.
La visita ad Alcatraz comprende anche un audio tour della prigione, che è davvero da brividi; sentire nelle orecchie la voce di gente che dice che è stata in cella ad Alcatraz, magari per omicidio, e sentirla sussurrare e gridare nel tuo cervello è qualcosa di davvero davvero agghiacciante. E le celle sono così piccole e buie, alcune sono aperte così i visitatori possono entrare, farsi un’idea e farsi fotografare all’interno.
Domenica mattina molto tranquilla, sveglia naturale verso le 9, colazione da Starbucks con la solita cioccolata piccola, e poi giro per Market Street per fare shopping e vedere i negozi USA. Siamo entrate da Tiffany tanto per annusare l’atmosfera di San Valentino, visto che era pieno di coppiette ;) e da Victoria’s Secrets in Union Square, non senza lanciare un’occhiata al Disney Store all’angolo.
Quindi abbiamo recuperato l’auto al parcheggio vicino all’albergo, e siamo andate al Fisherman’s Warf a mangiare qualcosa di tipico: io ho preso del pesce fritto, abbastanza buono e non troppo pesante, Mel la solita carrettata di cibarie varie.
Infine abbiamo salutato San Francisco, la baia e le colline e siamo tornate all’aeroporto, dove è iniziato il nostro viaggio della speranza: il volo era un’ora in ritardo, quindi siamo arrivate a Los Angeles verso le 7.30, e siamo corse a predifiato fino al gate del volo per Inyokern, che fortunatamente era in ritardo di mezz’ora. La tizia all’imbarco ci ha insultate più o meno un secolo perché eravamo in ritardo, e Mel mi ha trattenuta dal darle un pugno, ma comunque ci hanno fatte salire, e finalmente verso le 9.30 siamo arrivate alla cara e silente Ridgecrest – fatta eccezione per il pappagallo, che mi ha sentita arrivare e ha pensato bene di scaldare le corde vocali.

La sveglia venerdi mattina è stata abbastanza tragica, ma tutto sommato non troppo: poteva andare peggio, in fondo mi sono alzata solo 2 ore prima del solito, quindi le 3.25 in fondo erano come le 5.30 nel mondo europeo civilizzato. E poi ero talmente contenta di partire!
Stavolta niente Atwoods, perche’ ho organizzato il weekend con Melody, una ragazza che lavora alla base ed è di origini Thailandesi; quindi lei è venuta a prendermi a casa alle 3.45, e siamo andate all’aeroporto di Inyokern, dove ci aspettava lo scatolotto rombante con le ali pronto per la partenza. Era lo stesso Embraer 120 che avevo preso circa un mese fa, arrivando qui da Los Angeles, ma abituarsi a volare in 20 su un coso tutto vibrante e traballante non è facile. Il volo da Los Angeles a San Francisco è stato più normale: posti comodi nonostante la classe economica, poca gente visto che erano le 6.30 di mattina, arrivo verso San Fran con vista sulla baia, peccato per la nebbia fittissima che copriva parte la città. Nell’aeroporto abbiamo usato il trenino-shuttle monorotaia traballantissimo che collega tutti i terminal, davvero comodo, per andare a recuperare la macchina a noleggio (Hertz del cavolo: abbiamo dovuto aspettare un’ora per un’auto che avevamo prenotato un mese fa su Expedia, perché erano incasinati nel parcheggio! Bah), quindi siamo andate verso la città, chiaramente senza perderci neanche mezza volta, visto che come nei migliori viaggi ero io il navigatore. Cettto.
Visto che la nebbia iniziava a diradarsi, siamo andate subito verso il Golden Gate Bridge, senza neanche passare dall’albergo, visto che ci avevano detto tutti che il tempo a San Fran è sempre pessimo, che ci sono sempre nuvole e mai un minuscolo raggio di sole a scaldare il gelo del vento che arriva dall’oceano. Quindi, vedendo uno spiraglio di azzurro, ci siamo precipitate, guidando sulla costa nordoccidentale della città fino al Golden Gate Park, che in pratica comprende tutta la zona di scogli e spiaggette ad est del ponte, una serie di percorsi a piedi e qualche bel giardino con vista strategica.
All’inizio la nebbia andava e veniva, spesso il ponte scompariva e poi sembrava riemergere all’improvviso, come un fantasma in un nulla ovattato.
Per cercare di vederlo da vicino, abbiamo deciso di farci una passeggiata a piedi, arrivando fino a circa metà del ponte, da dove si intravedevano spiragli di downtown, in lontananza.
Risalite in macchina, siamo passate sotto al ponte (Under The Bridge, molto poetico ;D) per vedere la parte più occidentale della costa, South Bay e la collina di Presidio, piena di casette meravigliose, spiagge con vista sul ponte e stradine in mezzo agli alberi.
Alla disperata ricerca di qualcosa da mangiare, siamo tornate verso la città, fermandoci nella zona ovest, cioè la più vicina a dove eravamo, in un bar molto carino, su Lombard Street, dove abbiamo mangiato un molto americano sandwich. Mel si lamenta che è grassa, ma intanto mangia il doppio di una persona normale, anche se poi cerca di smaltire andando in palestra ogni giorno – certo non è abbastanza se continui a mangiare schifezze più o meno ininterrottamente, ciambelle a colazione e patatine per tutto il giorno... comunque, molto americano.
Dopo pranzo, tappa in albergo: Grant Plaza Hotel, proprio all’ingresso di China Town (molto pittoresca), a due isolati da Union Square. Posto economico, senza troppe pretese, ma pulito – che, da come avrete capito, è cosa non banale. E subito via, verso nuove avventure!
Avevamo prenotato un giro turistico della citta’ in double decker, con la possibilita’ di scendere e salire ad ogni fermata, valido per 48 ore, quindi in pratica per tutta la nostra permanenza a san Fran, e a un prezzo conveniente
http://www.travelsf.com/
Quindi siamo andate subito in Union Square, alla fermata, ad acchiappare il nostro autobus panoramico, che ci ha portate in giro davvero per tutta downtown, fermandosi in molti posti per permettere alla gente di fare foto e guardarsi intorno.
Non siamo scese da nessuna parte, visto che voleva essere giusto un giro di ricognizione per poi tentare di decidere cosa vedere il giorno dopo, con calma, ma abbiamo attraversato China Town, il Financial District con l’edificio della Banca d’America, che è uno dei più alti di San Fran e all’ultimo piano ha un lounge bar molto carino da cui si vede tutta la città, e la Transamerica Pyramid, dalla forma davvero allucinante.
Dopo pranzo, tappa in albergo: Grant Plaza Hotel, proprio all’ingresso di China Town (molto pittoresca), a due isolati da Union Square. Posto economico, senza troppe pretese, ma pulito – che, da come avrete capito, è cosa non banale. E subito via, verso nuove avventure!
Avevamo prenotato un giro turistico della citta’ in double decker, con la possibilita’ di scendere e salire ad ogni fermata, valido per 48 ore, quindi in pratica per tutta la nostra permanenza a san Fran, e a un prezzo conveniente
http://www.travelsf.com/
Quindi siamo andate subito in Union Square, alla fermata, ad acchiappare il nostro autobus panoramico, che ci ha portate in giro davvero per tutta downtown, fermandosi in molti posti per permettere alla gente di fare foto e guardarsi intorno.
Non siamo scese da nessuna parte, visto che voleva essere giusto un giro di ricognizione per poi tentare di decidere cosa vedere il giorno dopo, con calma, ma abbiamo attraversato China Town, il Financial District con l’edificio della Banca d’America, che è uno dei più alti di San Fran e all’ultimo piano ha un lounge bar molto carino da cui si vede tutta la città, e la Transamerica Pyramid, dalla forma davvero allucinante.
Subito a prepararsi per cena! La figlia degli Atwoods, Jennifer, abita a San Francisco, dove studia teatro all’università, e lei e il suo fidanzato Ben ci hanno portate a mangiare sushi a Japan Town; il ristorante Isobune era carinissimo: piccolino, con una sola sala in mezzo alla quale c’era il tavolone dove due cuochi jap cucinavano il pesce davanti agli occhi dei clienti, lo mettevano su piccoli piatti che poi appoggiavano su delle barchette che giravano in un piccolo canale tutto intorno al tavolo. I clienti, seduti intorno al tavolone, potevano così scegliere quello che preferivano, e il prezzo variava in base al colore del piattino – tanto per tenere il conto. Il sushi era proprio buono, i tipici rolls; anche il sashimi era buono, anche se tra il riso e il pesce ci mettevano il wasabi, che è strapiccante, e a me il piccante non piace, come si sa.
http://www.yelp.com/biz/isobune-sushi-san-francisco
Jen e Ben sono molto simpatici: Jennifer mi ricorda molto sua mamma, abbastanza peperina. La prima cosa che mi ha detto è stata “Devo farti le mie scuse per il pappagallo” al che ho risposto “Non me ne parlare, please” e lei ha riso un sacco... ;)
Usciti dal ristorante siamo andati a prendere il gelato, in una gelateria giapponese lì vicino. Temevo il peggio, DAVVERO, ma il gelato era decente, per essere fatto da giapponesi in America, anche se un po’ colloso. Dopo di che dritte in hotel a dormire, visto che eravamo sveglie da un orario impossibile, e il giorno dopo saremmo dovute andare in giro per tutto il giorno, e poi anche a ballare, per darci una botta di vita che Ridgecrest se la sogna.
Mel ha russato TUTTA LA NOTTE.
Pensavo di morire, avevo sonno e lei emetteva i suoni più raccapriccianti.
La mattina si è svegliata tutta riposata “Ho dormito benissimo!”, porca vacca, me ne sono accorta, in tempo zero già russava, e ha continuato fino al suono della sveglia. Babba bia.
Mattina in giro a piedi, dopo abbondante colazione da Starbucks, per vedere e fotografare, quindi siamo ripassate un po’ dai posti che avevamo attraversato con l’autobus il giorno prima, cioè China Town
Ci si arriva dopo una bella passeggiata sulla collina, da cui si vede tutto il quartiere sottostante e parte dei grattacieli di down town;
Alla fine, passeggiando, siamo arrivate al porto, dove abbiamo guardato i negozietti, la nave e il sottomarino della Seconda Guerra Mondiale che erano attraccati lì in esposizione,
Alle 13.20 imbarco per Alcatraz. Ma poi ci hanno fatte tornare indietro, non preoccupatevi.
Le voci nelle cuffie ti accompagnano per tutta la prigione, raccontando anche della grande rivolta di detenuti, che hanno ucciso un po’ di guardie negli anni ’30 e poi sono stati massacrati dall’esercito; poi ti raccontano di quei tre che sono scappati da Alcatraz nel ’62, approfittando dell’assenza del direttore per non so che motivo, scavando ognuno un buco nel muro della propria cella con dei cucchiai (pare che ci abbiano messo un anno), per sbucare nel condotto di aerazione, arrampicarsi su per i tubi, arrivare al tetto e da lì fuggire in qualche modo. Nessuno sa come, nessuno sa dove siano andati, ma nessun cadavere è mai stato ritrovato. Guardatevi il film con Clint Eastwood, oltre a The Rock, ovviamente.



Finita la visita, siamo tornate sulla terraferma, abbiamo preso la Muni – che sarebbe il tram, ce n’è anche uno che Milano ha regalato a San Francisco! – e siamo tornate in albergo, perché dovevamo andare a cena.

Siamo arrivate al ristorante-night club alle 6, pronte per cenare bene e poi ballare. Il posto si chiama AsiaSF, e lo consiglio assolutamente per chiunque andrà mai a San Francisco.
http://www.asiasf.com/
Al piano terra c’è la zona ristorante, con un bancone molto grande intorno al quale fanno sedere i gruppi di 2-3 persone (ottimo per socializzare!) e un po’ di tavoli intorno, per i party con più gente. Al piano sotterraneo c’è la zona club, molto carina, non troppo grande, ma la musica era bella – hanno anche messo una canzone del Nostro Bob Sinclair!
Le punte di diamante del locale sono tre: il cibo, le ladies e i baristi.
Il cibo è molto buono, si va dal sushi alla carne, la cucina è classificata cal-asia, un po’ piccante ma non troppo. Ho mangiato un sashimi di tonno e poi salmone arrosto, molto buoni, mentre Mel ha preso un antipasto in cui non ho capito assolutamente cosa ci fosse e un filetto, tutto ottimo. Anche i cocktail sono buoni, fatti bene e per noi italiani assolutamente a buon prezzo, circa 7 dollari l’uno.
http://www.asiasf.com/
Al piano terra c’è la zona ristorante, con un bancone molto grande intorno al quale fanno sedere i gruppi di 2-3 persone (ottimo per socializzare!) e un po’ di tavoli intorno, per i party con più gente. Al piano sotterraneo c’è la zona club, molto carina, non troppo grande, ma la musica era bella – hanno anche messo una canzone del Nostro Bob Sinclair!
Le punte di diamante del locale sono tre: il cibo, le ladies e i baristi.
Il cibo è molto buono, si va dal sushi alla carne, la cucina è classificata cal-asia, un po’ piccante ma non troppo. Ho mangiato un sashimi di tonno e poi salmone arrosto, molto buoni, mentre Mel ha preso un antipasto in cui non ho capito assolutamente cosa ci fosse e un filetto, tutto ottimo. Anche i cocktail sono buoni, fatti bene e per noi italiani assolutamente a buon prezzo, circa 7 dollari l’uno.
Le ladies sono la vera attrazione dell’AsiaSF, infatti la loro caratteristica fondamentale è che non sono PROPRIO donne, le chiamano gender illusionists, perché alla prima analisi sembrano proprio delle gran donne, ma poi si vede che... ehm... c’è qualcosa che non va. Se non ho capito male, sono tutte operate o in procinto di, perché sentivo gente parlare di prezzi della chirurgia plastica, e robe simili. Comunque, sono spettacolari: ogni 10 minuti circa, una di loro sale in piedi sul bancone e si mette a cantare e ballare, scherzando con i (pochi) uomini del locale, tutti abbastanza rilassati da stare al gioco, e le tante donne davvero divertite – parola mia! Se poi ci sono feste di addio al nubilato o di compleanno, come sabato sera, le ladies fanno anche dei balletti nella zona night club, sul tardi, molto divertenti, basta prenderle dal verso giusto: loro sembrano vivere con ironia la loro condizione ambigua, basta non farsi prendere dal bigottismo e godersi la serata.
I baristi sono davvero davvero gentili, e di tutte le razze, dai giap agli afroamericani, tutti molto chiacchieroni, e tutti uomini, credo per contrastare con le ladies e compiacere le (molte) clienti.
I baristi sono davvero davvero gentili, e di tutte le razze, dai giap agli afroamericani, tutti molto chiacchieroni, e tutti uomini, credo per contrastare con le ladies e compiacere le (molte) clienti.
Mi hanno detto che stanno per aprire un altro Asia a Los Angeles, quindi se apre prima dell’1 Aprile andrò a dare un’occhiata – giusto per dovere di cronaca, sia chiaro ;)
Insomma, ci siamo proprio divertite, e verso l’1.30 siamo andate via, perché Mel era stanca (dalle 10, più o meno) anche se alla notte aveva dormito 10 ore: si vede che non è abituata ai ritmi italici!
Insomma, ci siamo proprio divertite, e verso l’1.30 siamo andate via, perché Mel era stanca (dalle 10, più o meno) anche se alla notte aveva dormito 10 ore: si vede che non è abituata ai ritmi italici!
Domenica mattina molto tranquilla, sveglia naturale verso le 9, colazione da Starbucks con la solita cioccolata piccola, e poi giro per Market Street per fare shopping e vedere i negozi USA. Siamo entrate da Tiffany tanto per annusare l’atmosfera di San Valentino, visto che era pieno di coppiette ;) e da Victoria’s Secrets in Union Square, non senza lanciare un’occhiata al Disney Store all’angolo.
Quindi abbiamo recuperato l’auto al parcheggio vicino all’albergo, e siamo andate al Fisherman’s Warf a mangiare qualcosa di tipico: io ho preso del pesce fritto, abbastanza buono e non troppo pesante, Mel la solita carrettata di cibarie varie.
San Francisco è davvero una città speciale, per tutte le diverse facce che mostra a chi ha un po’ di tempo per osservarla. Lo spettacolo delle salite ripidissime delle colline con le piccole case colorate, accanto ai grattacieli scintillanti, davvero non ha uguali; ogni via è una nuova esperienza, nuovi colori e rumori; le case più basse hanno tutte le scale antincendio esterne come nei vecchi film americani, come in Colazione da Tiffany e chissà quanti altri.


Il Golden Gate Bridge è affascinante e vederlo emergere dalla nebbia è uno spettacolo, il centro è pieno di persone così diverse, un sacco di asiatici (cinesi, giapponesi, coreani, tailandesi), neri, turisti europei (gli italiani si fanno sempre riconoscere) e da mille parti del mondo, ma tutto sembra armonizzarsi così bene che emergono solo le Persone, non più le diverse razze o i diversi colori.
Ho anche trovato L’Uomo Della Mia Vita: certo, come giustamente ha osservato Mel, è un po’ magrino, ma in fondo non è un problema :)
1 commento:
Anche se non centra molto con S.Francisco...
... HO PASSATO IL MANTEEEEEEEEE!!!!!
... dovevo pur scriverlo da qualche parte...
... bella Anna!!
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